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Il benessere equo e sostenibile in Italia (sintesi)

Innovazione, ricerca e creatività

Prima della crisi pandemica, gli indicatori del dominio in Italia mostravano un costante miglioramento, pur restando inferiori alla media europea e ai livelli dei paesi benchmark ed evidenziando un ritardo nel passaggio a un’economia basata sulla conoscenza.

Nel 2019, tuttavia, quasi tutte le misure del dominio erano migliorate rispetto all’anno di riferimento (rif. Tabella 1). La crisi pandemica ha avuto un forte impatto negativo sull’intensità di ricerca, sull’innovazione delle imprese e sull’occupazione culturale e creativa, nel 2020-2021 gli indicatori hanno mostrato miglioramenti più apparenti che sostanziali. L’occupazione culturale e creativa ha mostrato un miglioramento, ma la crescita dell’occupazione nel 2022 si è concentrata su altri segmenti del mercato del lavoro. Il flusso di giovani laureati italiani verso l’estero continua, ma nel 2021 si è verificato un relativo miglioramento grazie all’aumento dei rimpatri e al calo degli espatri.

A partire dal 2020 si osserva una accelerazione della transizione digitale, con progressi rapidi e significativi degli indicatori ICT relativi a individui e imprese che, tuttavia, nell’ultimo anno presentano una lieve diminuzione.

Nell’uso regolare di Internet i più giovani hanno ormai recuperato pienamente il ritardo rispetto all’Unione europea, ma si sono accresciuti i divari generazionali e i rischi di esclusione delle persone più anziane dalla piena cittadinanza digitale.

Sul versante delle imprese, il numero di quelle attive nelle vendite web ha continuato a crescere, ma a due velocità: il gap tra grandi imprese e piccole e medie imprese(PMI) è cresciuto,e queste ultime hanno accentuato il loro ritardo anche rispetto alla media delle PMI europee.

Segnali di ripresa della R&S dopo il crollo della spesa nel 2020

L’Italia deve colmare il suo ritardo negli investimenti in Ricerca e Sviluppo (#R&S) e nella transizione verso un’economia basata sulla conoscenza.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato 13,4 miliardi di euro per il Piano Transizione 4.0 con l’obiettivo di incentivare la trasformazione digitale delle imprese. Le misure del PNRR incentivano gli investimenti privati attraverso il riconoscimento di crediti d’imposta, dando particolare attenzione alle imprese più piccole e di nuova costituzione.

Nel 2019, la spesa per la R&S in Italia è aumentata del 4,1% rispetto all’anno precedente, grazie alla maggiore partecipazione di nuovi attori. A livello europeo, nel 2020 la maggioranza dei paesi membri (compresa l’Italia) non ha raggiunto il proprio target nazionale per gli investimenti in R&S, solo Svezia, Belgio, Austria e Germania hanno centrato l’obiettivo del 3% del PIL.

L’Italia si posiziona sedicesima nella classifica europea degli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), con un’intensità di ricerca significativamente inferiore alla media dell’UE27. Il settore privato è il principale investitore in R&S, ma in Italia la spesa delle imprese rappresenta solo il 61,8%, a differenza di paesi come Svezia, Belgio e Austria, dove la componente privata costituisce il 70% della spesa totale. Questo è in parte dovuto alla composizione del tessuto industriale italiano, caratterizzato da imprese sotto-dimensionate e operanti in settori tradizionali con minore intensità di tecnologia e conoscenza.

La Slovenia, l’Estonia e l’Ungheria superano l’Italia nella classifica europea degli investimenti in R&S, nonostante il loro più recente ingresso nell’UE.

La spesa in ricerca e sviluppo in Italia è diminuita del 4,7% nel 2020 rispetto al 2019, principalmente a causa della riduzione della spesa delle imprese (-6,8%). Nel 2021, la spesa delle imprese è aumentata del 5,2% rispetto all’anno precedente, ma non è sufficiente per tornare ai livelli del 2019.

Nel complesso, l’Italia è in ritardo rispetto alla media europea in termini di intensità di ricerca e sviluppo. La spesa pubblica in ricerca e sviluppo intra-muros è rimasta invariata, mentre nel non-profit c’è stato un aumento del 2,2%.

A livello europeo, la spesa aggregata è diminuita dello 0,6% nel 2020, ma si prevede un aumento del 5,3% nel 2021. L’Italia ha un’intensità di ricerca del 1,5%, nettamente inferiore alla media europea.

Forte calo dell’innovazione nelle imprese.

Le maggiori penalizzazioni nell’industria e per le piccole imprese

La crisi pandemica ha avuto un forte impatto sull’attività innovativa delle imprese in Italia. Nel triennio 2018-2020, solo il 50,9% delle imprese industriali e dei servizi con 10 o più addetti ha svolto attività innovative, in calo di circa 5 punti percentuali rispetto al triennio 2016-2018.

Il 64,8% delle aziende con attività innovative ha indicato l’emergenza sanitaria come causa della sospensione o riduzione dell’innovazione, in particolare le più piccole.

La contrazione degli investimenti in innovazione ha riguardato tutte le imprese, indipendentemente dalla loro dimensione. L’industria rimane il settore con la maggiore propensione all’innovazione, ma registra un crollo di -7,2 punti percentuali, mentre le Costruzioni hanno visto un aumento del 3,3% delle attività innovative.

La crisi pandemica ha causato una forte riduzione dell’attività innovativa soprattutto nelle piccole imprese, il 66,7% ha, infatti, sospeso o ridotto le attività innovative nel 2020. La crisi ha colpito maggiormente i settori tradizionali, tuttavia, ha anche spinto le imprese a introdurre nuovi modelli organizzativi, come il lavoro a distanza, che è stato adottato dal 55,6% delle imprese innovative.

C’è stata anche una crescente attenzione all’impatto ambientale, con il 37% delle imprese innovative che ha introdotto innovazioni eco-sostenibili nei processi di produzione nel triennio 2018-2020.

Le grandi imprese sono più attente alla sostenibilità ambientale, con un gap del +17% rispetto alle piccole imprese. L’impegno per la sostenibilità ambientale è maggiore nell’industria e nelle costruzioni rispetto ai servizi.

Moderata crescita degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale

Secondo le stime pubblicate dall’Istat a marzo 2023, gli investimenti italiani in prodotti della proprietà intellettuale (PPI) sono rimasti sostanzialmente stabili nel primo anno della pandemia, ma hanno ripreso a crescere moderatamente dal 2021.

Nel 2022, la stima degli investimenti in PPI in Italia è del 120,0% rispetto al 2019, con una crescita del 6,7%; questo andamento va in controtendenza rispetto alla media europea, dove gli investimenti in PPI sono diminuiti nel 2020 e hanno continuato a diminuire nel 2021, con un recupero ancora insufficiente per tornare ai livelli pre-crisi.

Tuttavia, gli investimenti italiani in PPI non sono cresciuti quanto gli investimenti totali, il cui aumento è stato trainato da altri beni di investimento, in particolare dalle costruzioni.

In Italia, la quota degli investimenti in PPI sul totale è diminuita dal 17,2% al 14,5% tra il 2019 e il 2022, confermando la debolezza italiana rispetto all’Eurozona-19 e alla media dell’UE27. Nel 2022, gli investimenti in PPI in Italia sono stimati in 58.942,4 milioni di euro, con il 48,1% attribuito alla ricerca e sviluppo, il 48,8% ai software e alle basi dati e il restante 3,1% alla voce “prospezione e valutazione mineraria, originali di opere
artistiche, letterarie o d’intrattenimento”.

Tutte e tre le componenti mostrano valori in crescita rispetto al 2019, ma gli investimenti per software e basi dati sono cresciuti meno (+4,8%). Anche se l’Italia si avvicina alla Germania e alla Spagna in termini di investimenti in PPI, la distanza con la Francia, dove gli investimenti in PPI continuano a crescere a una velocità doppia, è ancora ampia e in aumento.

Il testo integrale è disponibile a questo link e contiene ulteriori argomenti quali l’occupazione nel settore, il divario digitale ecc.

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